Storia

Evoluzione storico-politica delle comunità ladine nel corso del Novecento fino ai nostri giorni (L. Palla)
Estratto dagli atti del Convegno di Arabba, 7-8 novembre 1997, Le minoranze del Veneto: Ladini, Cimbri e Germanofoni di Sappada, Cortina 1998

L'annessione all'Italia

Ciò che ha condizionato la sorte dei ladini dolomitici in questo secolo è stata la prima guerra mondiale, considerata tuttora una cesura con il passato: essa portò infatti all'annessione al Regno d'Italia dopo il trattato di pace del 1919, alla fine dei rapporti consuetudinari con il mondo tirolese-austriaco che duravano da secoli e che erano sostanzialmente ben accetti nelle valli ladine che con l'Italia sentivano di avere ben pochi legami.
Fino alla prima guerra l'economia era per lo più proiettata verso il mondo di lingua tedesca; l'amministrazione era tirolese, il sistema legislativo e scolastico era quello austriaco ed ai comuni veniva garantita un'ampia autonomia. E' molto importante ricordare tutto questo, ricordare la storia, del resto molto vicina nel tempo, dei ladini di queste valli, che si differenzia da quella del Comelico, dell'Agordino e del Cadore, storia veneta e italiana.
Questo rapporto privilegiato con il Tirolo è stato assolutizzato e mitizzato da parte tedesca, mentre ogni palese comunione di vita e di idee fra ladini e tirolesi è stata rifiutata e negata da parte italiana: infatti i nazionalismi italiano e tedesco in questo secolo hanno cercato di impossessarsi della questione ladina e così non hanno permesso che si avviasse uno studio critico del mondo ladino dal suo interno ed hanno anche ostacolato il crescere di un'autocoscienza autonoma ed indipendente da pressioni esterne. Da parte italiana la particolarità ladina fu negata per facilitarne l'assimilazione all'Italia, e da parte tedesca fu assolutizzato il legame ladino-tirolese per proseguire l'opera di germanizzazione cominciata già nell'anteguerra e che raggiungerà il suo culmine nel trattato delle opzioni del 1939 che coinvolse anche le valli ladine..
L'annessione all'Italia significò perciò per i ladini del Sella il contatto con una realtà politica, culturale ed economica del tutto diversa da quella vissuta sino ad allora, e quindi essi cercarono per molti decenni di ripristinare con il vicino mondo tedesco-tirolese questo secolare contatto che era molto sentito, nonostante la particolarità etno-linguistica che essi cominciarono a rivendicare nella seconda metà dell'Ottocento, con accenti talvolta di vera e propria indipendenza ed autonomia culturale.
Le questioni di identità, prima della guerra fatte proprie da una elites, si imposero come prioritarie fra la popolazione dopo l'annessione all'Italia, proprio allora si accelerò la consapevolezza etnico-linguistica dei ladini, che cercavano così di garantire la sopravvivenza della propria comunità dal punto di vista socio-economico e culturale: si temevano gli effetti del contatto con la diversità italiana, e si cercava di difendersi potenziando la specificità propria. Il pericolo era percepito come incombente perché storia, lingua, tradizioni ladine non erano riconosciute nel nuovo stato, neppure nell'immediato primo dopoguerra, nonostante le promesse proclamate di rispetto per le nuove province, e tanto meno poi sotto il fascismo: i ladini erano considerati semplicemente italiani, cui il nazionalismo tedesco aveva fatto dimenticare le antiche origini, senz'altro italiane. Quanto la coscienza di ladinità fosse radicata nel primo dopoguerra lo dimostrano i dati del censimento della popolazione del 1921: quasi ovunque gli abitanti delle valli del Sella si dichiarano ladini fra il 90 e il 100 %.
Nell'immediato dopoguerra i ladini con numerose petizioni chiedono anche per sé il diritto all'autodeterminazione, rivendicano il riconoscimento quale gruppo etnico distinto - intendendo con ciò non una diversità biologica, ma una specificità propria -, tessono relazioni per tenere unite le cinque valli, esigono la difesa della lingua, e contemporaneamente accettano di far parte della minoranza sudtirolese. Questo legame con il Tirolo è stato spesso in seguito rimproverato, considerato - in parte a ragione - causa del ritardo nel formarsi di un'indipendente coscienza ladina, ma esso è storicamente comprensibile, tantopiù che effettivamente i tirolesi perorarono nelle loro richieste di autodeterminazione in un primo momento, poi di autonomia, anche la causa ladina che altrimenti non avrebbe avuto nemmeno voce.
Certo, per una giustificata paura di essere italianizzati, i ladini sottovalutarono il pericolo di germanizzazione, e soprattutto nel periodo 1939-1945 ebbero difficoltà a scindere le proprie scelte politiche da quelle del gruppo tedesco, con molte conseguenze negative per la propria comunità. Ma bisogna anche riconoscere che tutto ciò non sarebbe avvenuto se i ladini avessero potuto godere di una qualche considerazione per se stessi, se non avessero sempre avuto bisogno di appoggiarsi ad un alleato più forte per far sentire la loro voce: la realtà storica, socio-culturale, linguistica di queste comunità ladine fu del tutto ignorata, come dimostra, a dispetto della loro richiesta di unità, la divisione dei ladini in tre province ad iniziare dal 1923, quando i comuni di Livinallongo, Colle S. Lucia e Ampezzo furono inseriti in provincia di Belluno, provocando una voluta frammentazione chiaramente non solo geografica.

 

 

Il fascismo e le opzioni 

I ladini dolomitici, con eccezione della val Gardena in cui i processi di tedeschizzazione nell'anteguerra avevano eliminato pressoché completamente l'uso della lingua italiana, conoscevano l'italiano, lo usavano infatti sotto l'Austria come lingua ufficiale, a scuola, in chiesa e negli uffici, per cui non patirono molto per l'italianizzazione forzata condotta dal fascismo, come accadde invece nel Sudtirolo di lingua tedesca. Venne però meno ogni rispetto per la diversità: di usi e costumi, di abitudini consuetudinarie nel campo religioso, culturale, socio-economico.
Il sistema amministrativo fino allora vigente venne abolito, e in primo luogo vennero a cadere le autonomie comunali di cui si era goduto sotto l'Austria. Nel tentativo di redimere queste zone, che mostravano così apertamente la loro ostilità, furono introdotti impiegati, maestri, podestà da fuori, i quali dovevano fare opera di civilizzazione: non essendo in grado di capire i bisogni della popolazione né la sua realtà, fecero crescere enormemente la convinzione fra i ladini di non aver niente da spartire con il nuovo stato. Particolarmente gravi furono le misure adottate in campo economico, che danneggiarono molto l'equilibrio di vita che nelle valli era esistito fino a quel momento: con l'introduzione della legislazione italiana ad esempio venne abolita, nelle valli in cui esisteva, la proprietà comune di regole e vicinie, che era stata per secoli un sostegno indispensabile all'economia familiare basata sulla piccola proprietà contadina. Allo stesso modo venne abolita la legge sul maso chiuso nelle valli di Badia e Gardena, anche se esse proseguirono di fatto in questa loro consuetudine.
I ladini non conobbero un'Italia democratica, ma in pratica subito il fascismo. Tale esperienza radicò in essi la diffidenza e il rifiuto per il nuovo stato, e contemporaneamente la nostalgia per l'Austria. 
Il malgoverno del fascismo in queste zone, come la trascuratezza dei loro interessi economici, spiega in gran parte il sorprendente risultato delle opzioni del 1939: l'accordo italo-tedesco, secondo il quale i sudtirolesi potevano acquisire la cittadinanza germanica ed espatriare nel Reich dove veniva loro promessa una buona sistemazione, venne infatti esteso paradossalmente anche ai ladini, esclusa la val di Fassa. Molti, troppi ladini scelsero in questo modo di emigrare nel Reich, ma i motivi spesso furono non tanto la simpatia per il nazismo, come fu successivamente loro rimproverato; fu invece senz'altro condizionante la nostalgia del mondo austro-tedesco, nata dall'impatto con la realtà italiana, ancora ben viva dopo 20 anni dalla rottura dei legami politici ed amministrativi con la ex monarchia asburgica. Incisero inoltre, soprattutto nelle valli più povere, motivi economici, la speranza di migliorare il proprio tenore di vita; influì anche la capillare propaganda nazista, che tra l'altro minacciava, per chi non optasse, il trasferimento in Sicilia, e tali voci furono smentite tardi e con poca efficacia da parte italiana.
A Livinallongo optò circa il 34% dei capifamiglia, in val Badia circa il 36%. Anche alcuni fassani, residenti in valle o più spesso in Alto Adige, optarono pur non avendone diritto. Una posizione particolare ebbe in questo ambito la Val Gardena: l'influsso tedesco era sempre stato molto forte come pure i rapporti economici con la Germania per quanto riguarda turismo e artigianato; questi legami così stretti come pure l'opera di tedeschizzazione accentuata condottavi a cavallo del secolo spiegano probabilmente un'opzione dell'80% dei capifamiglia, più o meno come nella zona di lingua tedesca interessata agli accordi. Anche il clima che si creò nella valle era analogo a quello che si respirava nel resto della provincia di Bolzano, fatto di sospetti reciproci, delazioni verso i pochi non optanti, persecuzioni verso i dissidenti dalle scelte della maggioranza.
In Ampezzo l'opzione per il Reich fu invece quasi nulla: sembra che fosse stata in ogni modo boicottata dalle autorità, perché troppi erano gli interessi economici e finanziari nella valle, ma il voto risentì più che altro della cura con cui le autorità fasciste avevano sviluppato la zona come località turistica privilegiata.
Questa scelta per il Reich, rimproverata nel dopoguerra come nazista, fu in realtà un dramma: bisognava ancora una volta decidere se essere italiani o tedeschi, non ladini. Non era implicito in alcun modo in quel voto, qualunque scelta si facesse, un riconoscimento della propria specificità, del diritto di vivere in maniera libera sulle proprie terre, ma i ladini venivano di nuovo spartiti fra tedeschi e italiani. 
Per di più l'effetto immediato dell'opzione fu di portare odio e divisione all'interno della comunità, che si scisse fra coloro che avevano optato per la Germania e quelli che avevano votato scheda bianca, cioè avevano rifiutato tale scelta assurda. Cominciò poi l'esodo degli optanti nelle terre del Reich e con esso l'obbligo, taciuto dalla propaganda, di fare la guerra nell'esercito nazista.

 

 

 

Nel secondo dopoguerra

Sebbene i motivi della scelta per il Reich fossero stati, come si è detto, solo poche volte e soprattutto in val Gardena marcatamente ideologici, i risultati dell'opzione condizionarono molto il modo italiano di porsi nel secondo dopoguerra verso le richieste dei ladini: la complessivamente rilevante opzione per il Reich e la mancanza di un movimento di resistenza contro nazismo e fascismo nelle valli divennero dal 1945 in poi la prova della presunta vera anima dei ladini, ladina in apparenza, in realtà antiitaliana ed antidemocratica, proprio come quella attribuita ai sudtirolesi di lingua tedesca. Dal 1945 al '48 si considerò quindi senza eccezione ogni richiesta ladina di autonomia, o di annessione a Bolzano per le valli comprese in prov. di Trento e Belluno, come una nuova manifestazione di pangermanesimo e di separatismo, secondo gli schemi già noti dal primo dopoguerra.
Soprattutto le aspettative dei tre comuni di Livinallongo, Colle S. Lucia e Cortina nel 1945-48 di essere uniti amministrativamente alla provincia di Bolzano insieme alle altre valli del Sella per godere di una maggior considerazione delle proprie caratteristiche culturali e socio-economiche, sono state dalle forze politiche bellunesi demonizzate come separatistiche e filotedesche, e rifiutate a priori. Era guardato con sospetto e paura soprattutto il fatto che i ladini si sentissero così vicini al mondo tedesco sudtirolese: proprio il clima incandescente di quegli anni e le paure di una rinascita del nazismo impedirono che venisse fatta un'analisi storica e meditata della questione ladina, che per essere capita avrebbe dovuto essere inserita in un quadro più generale che riguardasse almeno il Trentino Alto Adige e le sue complicate vicende dal 1945 al '48, fino all'approvazione del primo statuto d'autonomia.
Dominò invece l'emotività, sia nei ladini propugnatori dell'annessione a Bolzano e dell'autonomia, sia nei loro contestatori cadorini e bellunesi. Soprattutto in Ampezzo, in cui gli interessi in gioco erano molto alti a causa dell'importanza che questo centro turistico aveva assunto sotto il fascismo, lo scontro fra le due fazioni fu accesissimo, anche perché qui le conseguenze dell'occupazione tedesca del 1943-45 erano state pesanti. Mantenere Ampezzo, insieme agli altri due comuni, legato a Belluno, sembrava l'unico modo per garantirne l'italianità e rompere finalmente i legami con quel mondo tedesco così temuto, e da tanti ladini spesso acriticamente accettato. Ma i ladini pensavano che solo in provincia di Bolzano avrebbero ottenuto quel rispetto della propria cultura ed in genere della propria comunità che erano venuti a mancare dopo l'annessione all'Italia, tanto più che in provincia di Belluno si negava ora di nuovo l'esistenza di una specificità ladina dei tre comuni per affermare un'italianità di lingua, di cultura, di tradizioni, che dalla gente non era certo sentita, e di nuovo si viveva l'imposizione di modelli estranei alla propria storia, negata per problemi politici.
Un approccio più rispettoso ed attento alla realtà locale, come consigliava già allora chi conosceva a fondo la zona, avrebbe probabilmente aiutato a sopire gli animi, ad emarginare quei pochi fanatici che esacerbavano i contrasti ed a programmare interventi che potessero avviare nelle valli uno sviluppo democratico e rispettoso delle specificità. Ma il clima del momento non era certo favorevole per tale tipo di approccio civile e scevro da pregiudizi. Basti dire che non solo sul piano politico ma anche nel campo della cultura in provincia di Belluno tutti si allinearono nel negare qualsiasi significativa specificità ladina ai tre comuni, e li spinsero quindi ancor più a chiedere l'aggregazione al Trentino Alto Adige per ripristinare l'unità tradizionale delle valli ladine dolomitiche, e ciò contribuì a fomentare ulteriormente le accuse di separatismo. Del resto questi pregiudizi e questa intolleranza verso il passato storico delle valli ladine del Sella sono vivi a tutt'oggi.
Problema politico quindi, in fin dei conti, per i partiti politici bellunesi. E problema politico furono i ladini anche per le autorità centrali che da Roma guardavano con estrema preoccupazione alla sorte dell'Alto Adige - che fino al giugno 1946 rimase zona internazionalmente contestata - e all'influenza della Südtiroler Volkspartei (Svp) che sino a quella data puntò sull'autodeterminazione degli altoatesini con l'appoggio degli alleati, soprattutto francesi. In questo ambito la questione ladina, per il ruolo che essa poteva giocare nell'equilibrio fra i due gruppi italiano e tedesco, assunse un'importanza che andava ben oltre i confini regionali. Fino al settembre 1946, cioè all'accordo De Gasperi-Gruber, furono le stesse autorità politiche italiane ad incoraggiare la crescita di movimenti che portassero avanti un programma di unione non solo culturale di tutte le valli ladine, ma addirittura politico-amministrativo, purché si rifiutasse la soggezione alla Svp e si abbandonassero istanze separatistiche. Tutto il contrario quindi di quanto avveniva in provincia di Belluno: proprio dal governo centrale si incoraggiava, anche finanziariamente, ciò che da Belluno si denunciava come anti-italiano. Quello che interessava alle autorità centrali non era naturalmente la salvaguardia dei ladini, bensì un loro utilizzo in funzione antitedesca nelle trattative sul futuro della regione. Dopo la firma del trattato De Gasperi-Gruber la questione ladina politicamente non interessava più, e quindi venne abbandonata a se stessa. Sulla base degli ultimi studi, nel trattare le vicende dei ladini in quegli anni non bisogna quindi considerare solo la strumentalizzazione tedesca da parte della Svp, ma anche quella italiana.
L'irrigidimento da parte del governo dal settembre 1946 verso le loro richieste di unità ed autonomia provocò molta delusione fra i ladini e premiò l'ala più oltranzista del movimento, pregiudicando la possibilità di uno sviluppo ladino indipendente dai sudtirolesi di lingua tedesca e gettandoli praticamente nelle braccia della Svp.
Sui programmi dei partiti e gruppi politici delle province di Trento e Bolzano concernenti il gruppo linguistico ladino esiste ormai una vasta bibliografia cui fare riferimento. Ricordiamo solo per l'interesse derivante dal suo carattere interetnico e democratico il programma di Valentino Chiocchetti, ideologo dell'Associazione Studi Autonomistici Regionali (Asar), che teorizzava in una pacifica convivenza fra le tre diverse culture italiana, tedesca e ladina l'unica possibile soluzione presente e futura per la sofferta questione altoatesina.
Nessuno di tali programmi si realizzò. Con l'approvazione dello statuto d'autonomia del 1948 vennero rigettate le richieste dei tre comuni di Livinallongo, Colle S. Lucia e Cortina, e contemporaneamente si posero le basi per un trattamento diverso fra le valli di Badia e Gardena in provincia di Bolzano e la val di Fassa nel Trentino. Solo badioti e gardenesi ebbero il riconoscimento di specifico gruppo linguistico e ciò grazie alle concessioni strappate a Roma da un terzo interlocutore, dal sudtirolese di lingua tedesca.
L'Italia ha infatti lasciato gestire ad altri, in particolare alla Svp, la questione politica ladina, mentre si sarebbe procacciata meriti e vantaggi politici se si fosse fatta promotrice in prima persona dell'autonomia amministrativa e culturale anche dei ladini, che avrebbero potuto avere funzioni positive di equilibrio fra le popolazioni di lingua italiana e tedesca in Alto Adige. 

 

 

Dagli anni '50 ad oggi

Nel secondo dopoguerra si ripeterono a lungo pressocché invariate da un lato le richieste dei tre comuni di Livinallongo, Cortina e Colle S. Lucia di equiparazione al trattamento riservato ai ladini della prov. di Bolzano, e dall'altro la decisa negazione dell'esistenza di popolazioni ladine in prov. di Belluno: la richiamata motivazione etnico-linguistica-culturale sarebbe stata solo una copertura per nascondere istanze separatistiche e filoaustriache di zone italiane sotto ogni aspetto. Soprattutto a Livinallongo si è continuato a vedere nel passaggio alla prov. di Bolzano l'unica possibilità per godere di un'amministrazione autonoma e delle misure di salvaguardia della ladinità adottate per Gardena e Badia. Delibere in cui si chiedeva l'annessione a Bolzano per motivi storici, economici e culturali vennero ripetutamente emesse dal consiglio comunale in ogni occasione in cui si riproponeva in modo negativo o positivo la questione ladina: nel luglio 1964 nel corso delle trattative per il rinnovo dello statuto d'autonomia dell'Alto Adige, nel dicembre dello stesso anno per protesta contro il distacco del decanato dalla diocesi di Bressanone cui il territorio apparteneva da un millennio, nel 1973 e nel 1977 per partecipare alle misure adottate a tutela della comunità ladina in Badia e Gardena dopo l'approvazione del nuovo statuto del 1972.
A poco a poco assistiamo però a uno sviluppo nell'atteggiarsi verso la questione ladina da parte delle autorità politiche e di alcuni organi di stampa nel Bellunese. Negli anni '70 comincia a imporsi infatti anche in provincia di Belluno la valorizzazione delle tradizioni locali e la rivisitazione del passato come reazione alla modernizzazione e alla massificazione: "L'Amico del popolo", settimanale diocesano molto sensibile a questo fenomeno, dà molto spazio ad articoli sul folclore, al recupero dei dialetti locali, alla poesia dialettale, ecc.: si plaude ad ogni iniziativa di cultura locale in quanto aiuta a riscoprire nel passato i valori che la società presente ha negato e dimenticato.
In quest'ambito ci sono i primi cenni all'importanza della riscoperta della ladinità, che viene estesa al Comelico, all'Alto Agordino e al Cadore per ragioni linguistiche, senza che traspaia ancora alcuna polemica verso i ladini del Sella e le loro associazioni. 
Forse proprio per questa aumentata attenzione ai problemi del locale, la delibera del comune di Livinallongo del 1973 richiedente l'annessione a Bolzano non viene commentata da "L'Amico del Popolo" con ironia e deprecazione, ma si dichiara di capirne i motivi e si coglie l'occasione per lanciare la proposta di far diventare Belluno provincia a statuto speciale in modo da darle "la possibilità di reggere allo schiacciamento del Trentino Alto Adige e del Friuli" e di porre così fine al separatismo delle minoranze in essa esistenti che "si sentono legate non al Veneto, ma ad altre regioni".
E' negli anni '80 però che matura la riscoperta delle identità e delle radici, ed in questo ambito si inserisce pure la nascita di associazioni culturali ladine nel Bellunese, all'esterno dei tre comuni, con la finalità di recupero del dialetto, costumi e tradizioni. Del 1980 è l'atto costitutivo dei Ladins de la Dolomites a Bonora cui fanno capo dieci associazioni formatesi via via nel corso del decennio in Comelico, Cadore e Agordino: le persone che ne fanno parte - si dice in un comunicato stampa del 1991 - "hanno a cuore la causa della loro etnia e si sono consociate per svolgere un'attività culturale in favore della loro minoranza etnico-linguistica, cercando di coscientizzare alla conservazione della propria cultura anche il resto della popolazione". 
Nel frattempo erano state accolte dalla Regione Veneto le istanze che Livinallongo e Cortina presentavano ormai da anni per una legge specifica di salvaguardia delle comunità ladine, che venne varata nel dicembre 1983 con il titolo Provvidenze a favore delle iniziative per la valorizzazione della cultura ladina; essa sostituiva la precedente L.R. 18 maggio 1979 n. 38, Per la conoscenza delle culture locali e delle civiltà del Veneto, che pure prevedeva tra l'altro la concessione di contributi a favore di iniziative culturali che interessavano l'area linguistica ladina.
Per la gestione dei contributi finanziari stanziati dalla nuova legge, l'Union dei Ladins di Fodom, di Ampezzo e i Ladins a Bonora si sono consociati nella Federazione delle unioni ladine del Veneto, come la legge stessa prevedeva. Ciò però non ha inciso sull'autonomia dell'attività interna delle diverse unioni, né ha prodotto una linea comune riguardo a finalità ed obiettivi. Fodom ed Ampezzo hanno infatti continuato e continuano a far parte dell'Union Generela dei Ladins dla Dolomites che comprende le comunità di Badia, Gardena, Fassa e che porta avanti da decenni un discorso unitario fra le valli ladine del Sella. La legge regionale del 1983 è stata poi sostituita dalla L.R. 23.12.1994, n. 73, Promozione delle minoranze etniche e linguistiche del Veneto, che riguarda non solo i ladini ma anche cimbri e germanofoni di Sappada, ed eventuali altre comunità etniche e linguistiche storicamente presenti nel Veneto.
Negli anni '90 si ha un ulteriore sviluppo nell'ambito della riscoperta della ladinità bellunese, con un particolare interessamento delle autorità politiche locali e della stampa. Mentre sul piano scientifico e accademico vengono portate avanti due tesi contrastanti riguardo alla questione ladina - l'una privilegia la specificità linguistica della Ladinia tradizionale contro la minor pregnanza dei caratteri ladini soprattutto di Cadore e Agordino, l'altra afferma invece l'esistenza di una peculiarità ladina in tutta questa zona senza particolari distinzioni quantitative e qualitative - sul piano politico viene abbracciata la seconda tesi, tanto che nel gennaio 1995 il presidente della provincia Oscar De Bona invita tutta l'area interessata a dichiarare ufficialmente la propria ladinità negli statuti comunali.
Lo scopo è quello di richiamare l'attenzione delle autorità romane sulla particolarità linguistica ladina di ampie zone del Bellunese, che potrebbe giustificare la richiesta di autonomia anche per la prov. di Belluno. L'amministrazione provinciale chiede inoltre alla Commissione Affari Costituzionali della Camera la diretta delega delle competenze in materia di ladino, in modo da essere il primo interlocutore fra comuni e Stato saltando il ruolo della Regione e in modo da coordinare e promuovere le iniziative riguardanti la ladinità bellunese.
Contemporaneamente a questo interessamento dell'amministrazione provinciale viene lanciata da "L'Amico del Popolo" una campagna per far crescere nella gente la coscienza della propria parlata ladina, e per spingere le amministrazioni comunali ad inserire nello statuto che "il proprio dialetto è di tipo ladino".. Viene condivisa e sostenuta infatti dal settimanale la tesi espressa nella sua Carta dei dialetti d'Italia da Giovan Battista Pellegrini secondo cui, oltre all'area del ladino atesino (valli del Sella), esiste l'area del ladino cadorino (Ampezzo e Cadore) e del ladino-veneto (Agordino e Zoldo).
"L'Amico del Popolo" perciò ribadisce insistentemente in questi ultimi anni che almeno in 37 comuni bellunesi - su 69- si parlano dialetti di tipo ladino, i quali quindi hanno tutto il diritto di essere valorizzati. Si insiste però con la stessa costanza che non di lingua, ma di dialetti si tratta, in consonanza con gli studi di G. B. Pellegrini.
Come risultato di questa ampia campagna per far nascere una coscienza ladina, o meglio, una "coscienza di parlare dialetti di tipo ladino", nel febbraio del 1997 28 amministrazioni comunali su 37 avevano seguito l'invito de "L'Amico del Popolo".
Non sono mancate naturalmente le reazioni da parte dei ladini atesini, o sellani, di fronte a tale amplificarsi della ladinità. Citiamo solo, a mo' di esempio, il passo di un articolo di giornale del 24 aprile 1997, in cui è ben esemplificata la divergenza di opinione rispetto alla tesi sostenuta dai giornalisti de "L'Amico del Popolo": "Cresce l'inflazione della ladinità. Ben 28 comuni del Bellunese hanno dichiarato nel loro statuto di appartenere all'area ladina. Difficile spiegare l'improvviso e progressivo interessamento per una cultura e lingua in effetti non esistente in gran parte di essi. Tutto parte da una proposta di legge parlamentare tesa a garantire maggiore autonomia alle minoranze. (...) Ma finora la ragione d'essere dell'autonomia delle regioni a Statuto Speciale risultano essere le minoranze. Occorre dunque inventarsi una minoranza: in questo caso quella ladina. Non mancano in effetti alcune ragioni linguistiche e lessicali, ma non si trova il supporto base: la coscienza popolare di essere minoranza".
Alla base di tutta la polemica che da anni si trascina sulla stampa locale c'è un problema di fondo, e non di facile soluzione, per l'area definita ladina del Bellunese. Permane inalterata infatti in provincia la percezione di una differenziazione fra le zone che oggi come oggi si proclamano in qualche modo ladine: nei comuni di Livinallongo, Cortina ed in parte anche in Colle S. Lucia è tuttora ben vivo il legame con le valli ladine del Sella sostenuto per ragioni storico-politiche, linguistiche e culturali, mentre Cadore e Agordino per gli stessi motivi proclamano il loro carattere bellunese e veneto prima che ladino. 
Il fatto che la coscienza di ladinità nelle due zone in questione sia nata in epoche così lontane fra loro, e cioè quasi ad un secolo di distanza, comporta naturalmente perlomeno due modi diversi di sentirsi ladini. Da un lato le valli disposte intorno al massiccio del Sella percepiscono la ladinità come un'impronta che caratterizza la loro comunità dal punto di vista antropologico oltre che linguistico, dall'altro le associazioni culturali cadorine ed agordine chiedono sì misure di salvaguardia e tutela della loro specificità ladina bellunese, ma precisano che "parlare dialetti ladini non significa essere ladini", perché - come viene insistentemente ribadito da "L'Amico del Popolo" - la lingua di cultura e di riferimento è e sarà sempre l'italiano, né esiste nelle popolazioni cadorina o agordina un'identità diversa da quella italiana, né esse si considerano facenti parte di una comunità ladina se non per quanto riguarda la parlata.
La questione è emersa in modo evidente quando il Ministero dell'Interno (Ufficio centrale per i problemi delle zone di confine e delle minoranze etniche) nel suo Monitoraggio sulle zone di confine del febbraio 1996 ha finalmente riconosciuto l'esistenza di un gruppo linguistico ladino in provincia di Belluno di 30.000 persone, distinguendolo da quello italiano. Essere definiti ufficialmente minoranza linguistica ladina è giudicato da "L'Amico del Popolo un equivoco imbarazzante per le sue possibili implicazioni etniche, a meno che non si chiarisca che il ladino non è una lingua ma un insieme di dialetti con l'italiano come lingua di cultura e di riferimento (lingua alta) per tutti, e che i ladini bellunesi non vogliono affatto riconoscersi come popolo con una propria identità rispetto a quella italiana. Dunque, minoranza non di lingua ma di dialetti, subordinati all'italiano.
Alla base di tutte queste distinzioni e contraddizioni c'è il sacrosanto fine di evitare rivendicazioni etniche quanto mai pericolose. Da questo proposito deriva il leit-motiv che percorre il settimanale diocesano, cioè la contrapposizione fra una coscienza linguistica e una coscienza etnica, l'una legittima, l'altra no, l'una propria dei ladini bellunesi, l'altra dei ladini sellani. 
E' questa però una semplificazione del problema, in quanto è riduttivo liquidare come etnica, e quindi pericolosa e condannabile per l'accezione odierna di tale parola, la dimensione storica, socio-linguistica ed antropologica in cui le comunità ladine del Sella si riconoscono. Allo stesso modo è ambigua e poco convincente la richiesta di valorizzazione da parte dello Stato di un dialetto ladino che in teoria non può ambire a nessuna pretesa di distinzione di trattamento rispetto agli altri dialetti d'Italia.
Le questioni di identità sono del resto molto complesse, necessitano di indagini accurate e multidisciplinari, non si possono ridurre a due schemi contrapposti l'uno all'altro. Sulla base dei diversi modi di percepire la ladinità, cui abbiamo accennato, cambiano naturalmente le finalità: le associazioni ladine bellunesi non hanno finora chiesto, a differenza dei ladini del Sella, l'assunzione del ladino a lingua usata nella pubblica amministrazione come in val Badia e Gardena, né tantomento una lingua scritta unificata fra le diverse varianti, anzi, sono in genere apertamente contrarie a tutto ciò, e molto indecise anche riguardo all'introduzione del ladino nelle scuole. L'attenzione sembra cioè complessivamente rivolta alla riscoperta ed alla conservazione del passato, in fatto di lingua, costumi e tradizioni, in una dimensione strettamente culturale, come viene continuamente specificato.
Nell'area sellana si proclama invece l'esistenza di un territorio ladino in fase di sviluppo, di una comunità ladina, che ripercorre sì la storia del proprio passato ma intende anche costruire il proprio futuro inserendosi nei processi mondiali con la propria particolarità storico-linguistica.
Quest'analisi sull'evoluzione della problematica ladina negli ultimi anni ricavata dalla lettura della stampa locale è anch'essa schematica e approssimativa, mentre sono necessari studi ben più approfonditi e multidisciplinari per capire qual è e come si evolve il senso d'identità e la coscienza di appartenenza di una comunità. Non si può ad esempio prescindere, sulla base delle metodologie di ricerca più recenti, dall'accostare all'indagine specifica sulla parlata analisi di tipo socio-linguistico, che si occupino del comportamento e dell'atteggiamento delle comunità indagate nei confronti della propria cultura e del proprio linguaggio. E' molto importante infatti capire gli elementi storici, sociali, psicologici oltre che linguistici che stanno alla base di un'affermazione di identità che non è statica, e non è sempre in perfetta consonanza con quanto il proprio idioma parrebbe richiedere.
Del resto ogni comunità, sia essa ladina o veneta o piemontese, ha le proprie tradizioni storiche e linguistiche, le proprie identità culturali, e dovrebbe esserci la possibilità di una loro valorizzazione, della promozione cioè di tutte le specificità e le diversità. Il problema vero non è quello di creare o demolire autocoscienze, ma di ricercare per tutti una programmazione intelligente del proprio territorio, che consenta di assicurarsi un futuro che sia vivibile sul piano socio-economico, politico e culturale. Dal recupero del passato, oggi ancora predominante nell'orizzonte culturale, bisogna coniare gli strumenti per comprendere ed organizzare il presente e per aprirsi al futuro. E questo vale per tutte le civiltà alpine.
Ed inoltre i problemi così complessi che riguardano temi quali l'identità e il senso di appartenenza vanno colti ed indagati inserendo la comunità in ampie coordinate di spazio e di tempo. Niente è più solo locale, ma tutto va correlato, per avere una qualche possibilità di comprendere meccanismi così complicati e sfaccettati, con le coordinate di una società come la nostra in fulminea evoluzione, in cui l'isolamento non esiste più in nessun campo, tantomeno in quello culturale.


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