|
|
La leggenda
I Salvans
La leggenda aveva una parte importante nella cultura ladina.Gli antichi abitanti delle valli ladine erano chiamati
Salvans, abitanti dei boschi, e Anguanes, donne mitiche che vivevano presso laghi e sorgenti. Secondo la leggenda, tali figure, molto fiere della loro libertà e restie ad assoggettarsi ai nuovi abitanti delle valli, qualche volta accettavano il contatto con loro, ma a certe condizioni. Si racconta che ad
Andraz, paese di Fodom, un contadino incontrò una giovane sconosciuta, che era una figlia di
Salvans, e se ne innamorò; ella acconsentì a sposarlo purché non indagasse né da lei né da altri il suo nome. Ella si lasciò battezzare e i due sposi vissero a lungo in armonia, finché il marito, arso dalla curiosità di sapere come si chiamava veramente, non lo scoprì. Nel sentir pronunciare il suo nome ella dovette abbandonare la sua famiglia e tornare sulle sue montagne piangendo; solo alla sera del sabato per un certo periodo tornava a coricare i figlioletti, ma senza rivolgere parola al marito, finché sparì del tutto.
|

|
|
|
Elementi di architettura
La stua e la cèsa da fuoc
Era questa una delle tante leggende che venivano narrate ai bambini nella
stua, nei pochi momenti in cui ci si poteva sottrarre all'obbligo pressoché costante del lavoro. La
stua è un ambiente tipico delle case ladine, di gran lunga il più importante e il più vissuto dell'intera abitazione: è il luogo del pranzo, del riposo, del lavoro delle donne, come pure di festa e di contatto con gli ospiti. E' inoltre il luogo di preghiera e di saluto per i defunti.
I ladini di Fodom e delle altre valli dolomitiche, come gli abitanti delle Alpi Tirolesi, hanno infatti separato fin dai tempi antichi il vano per cucinare con il
fuoco aperto dal vano per vivere con il fuoco chiuso. La cucina era un locale adibito solo all'accensione del fuoco, era molto fredda e la si abbandonava appena finito di cucinare il cibo; la
stua, che spesso non aveva una porta di diretta comunicazione con la cucina per evitare l'entrata di fumi e odori, era scaldata da una stufa ad accumulo
(fornél) di notevoli dimensioni, circondata da panche e sormontata da un'impalcatura lignea con giaciglio su cui sdraiarsi al caldo.
Il ruolo di socializzazione della stua si accentua col tempo: diventa sempre più grande e preziosa nella lavorazione dei paramenti lignei, superando la cucina sia per dimensione che per importanza. Oltre alla stufa costituivano l'arredamento della
stua, che non era normalmente usata come camera da dormire, l'angolo della mensa, con tavolo e alcune panche fissate alla parete, e l'angolo del Crocefisso, attorniato da quadri di santi. Un orologio a muro e ritratti appesi alle pareti rivestite di assi piallate completavano il tutto; un'acquasantiera non mancava mai vicino alla porta.
Un'altra stanza caratteristica delle case ladine è lo stangort: si tratta di un piccolo locale situato accanto alla
stua da cui si accede attraverso una porta laterale; è considerato un locale caldo, sia perché può usufruire del contatto con la parete riscaldata della stua sia perché è anch'esso foderato in legno, e viene tuttora usato come stanza da letto per i vecchi e le donne con bambini piccoli.
La cucina (cèsa da fuoc) veniva lasciata appena finito di cucinare per recarsi, anche a mangiare, nella più accogliente
stua. Essa era costruita in pietra per evitare che un incendio si propagasse al resto della casa: gli incendi erano infatti la calamità più frequente e perciò più temuta nei paesi, data la prevalenza dell'uso del legno nelle costruzioni. Grande era infatti la devozione a San Floriano, che una diffusa tradizione iconografica raffigura nell'atto di versare acqua sulle fiamme.
Solo verso la fine dell'Ottocento si ebbe l'introduzione della cucina economica che segnò un importante passo verso la modernizzazione delle case; prima di allora la
cèsa da fuoc, annerita dalla fuliggine, aveva il focolare aperto: attorno al fuoco erano poste panchine e dalla cappa scendeva la catena con un gancio per appendervi il paiolo. L'arredamento era molto semplice: tra i pochi tegami e utensili risaltavano i secchi di rame per l'acqua ben lucidati, mentre per mangiare si usarono a lungo cucchiai e scodelle di legno.
|

Ingrandisci
|
|
Abbigliamento
Il mesalana e il guant da fodoma
Così la viaggiatrice inglese Amelia Edwards, passando per Fodom, descriveva nel suo diario l'abito indossato dalle donne, il
mesalana: "I cappelli sono identici a quelli degli uomini e arricchiti con gli stessi ornamenti. Le gonne variano nei colori dal verde scuro al blu o al nero e cadono in fitte pieghe, come quelle dei kilts, ma addirittura all'altezza delle spalle, formando così una specie di elegantissimo sacco; i corpetti, aperti sul davanti, sono adorni di passamaneria rossa. A rendere ancor più strambo questo abbigliamento concorre la foggia delle maniche, aderenti al polso e al braccio, che si aprono poi in un ampio sboffo di tela bianca; lo completano dei fazzoletti color rosso chiaro o giallo, di cotone stampato, annodati intorno al collo".
Questo costume antico delle donne di Fodom cadde in disuso dopo la prima guerra mondiale, soprattutto per la sua pesantezza e scomodità, e venne sostituito dal
guant da fodoma tuttora portato dalle persone anziane.
A differenziare il mesalana festivo da quello usato nei giorni feriali, oltre al tipo di stoffa ed ai colori, erano gli accessori e gli ornamenti. Veniva usata una collana di coralli (corei del
bon) a girocollo, che sembra avesse la funzione di proteggere la gola dalle infezioni, era agganciata con un fermaglio d'argento e vi era appeso un ciondolo d'oro o d'argento; si portava poi una lunga catenina, pure d'argento, che veniva passata almeno un paio di volte intorno al collo e ad essa veniva appesa la cëra, una scatoletta minuscola d'argento decorato, che poteva contenere all'interno una reliquia, o un ritratto, o un'immagine sacra protettrice. I capelli venivano raccolti in trecce, che non contornavano però tutto il capo, ma solo la nuca, ed erano fermate con degli spilloni d'argento, a testa tonda (gujéle) o appiattiti (curaréce).
I gioielli usati con il mesalana sono gli stessi che ritroviamo nel guant da fodoma. Vengono ripresi anche i pizzi delle camicie, il fazzoletto colorato, le calze dai stoi (lavorate a maglia rasata, con disegni geometrici bianchi e neri), la sottoveste rossa. Si ha un passaggio graduale da una foggia all'altra: ciò che cambia del tutto è la gonna, non più a finte pieghe ma solo arricciata ed agganciata al busto in vita anziché all'altezza delle spalle. La figura della donna risulta ora senz'altro più slanciata, il suo corpo è messo più in evidenza, mentre prima era del tutto nascosto a causa di quel busto così
corto.
A differenza dell'abito indossato nei giorni feriali, il costume della festa era molto curato anche nel
guant da fodoma, che aveva sostituito il mesalana: sulla elegante gonna nera, con una balza (auzàta) e della passamaneria all'orlo, con il busto dalle maniche adornate di velluto in inverno, e senza maniche d'estate, si ponevano i grembiuli di seta e di satin colorati e lucidi, o di lana a fiori su sfondo nero. I nastri del grembiule, di seta, venivano allacciati sul davanti, con un fiocco sulla destra per le donne sposate e sulla sinistra per le nubili: era uno dei pochi segni di distinzione di stato, insieme al cordone che annodava il collo della camicia, rosso per le nubili, verde per le sposate. Dal primo dopoguerra era stata introdotta la piuma di struzzo sul cappello, secondo la moda ampezzana, ed il nastro che lo contornava scendeva sulle spalle con le sue due vëte di seta: la piuma, che era però più piccola, meno appariscente che a Cortina probabilmente per adattarla al più semplice e sobrio costume di Livinallongo, sembra venisse tolta quando una donna si sposava.
A differenziare l'abito estivo da quello invernale era solo la gonna senza maniche, che metteva in bella mostra la camicia bianca, con i pizzi e i ricami. Un fazzoletto di lana a fiori piegato a metà e appoggiato sulle spalle veniva unito sul davanti con una spilla
(pontapeto).
|
|
Gonna del mesalana con il busto e prestuóch.
(Coll. Maria Sief, Colle Santa Lucia. Foto Raffaele Irsara)
|
|